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Stati Generali della Green economy: buone performance, scarsa reputazione

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cover_relazione_greeneconomyQuanto costa essere primi della classe se la percezione è quella di fare poco ed essere svogliati? Sembra il profilo di uno studente eccellente ma che si applica poco, in realtà è la fotografia dell’Italia che emerge dalla “Relazione sullo stato della Green economy 2016 – L’Italia in Europa e nel mondo” presentata a Ecomondo a Rimini lo scorso novembre.

Per tanti punti di eccellenza sul potenziale green nazionale, se ne aggiungono altrettanti che affossano il quadro italiano per la scarsa valorizzazione e la percezione inadeguata nel mondo. Il problema sta sempre nella comunicazione che produce una brutta reputazione green all’estero: poco e male si sa delle cose buone fatte mentre si amplificano gli aspetti negativi. Secondo il dato all’interno del rapporto del centro di ricerca “Dual Citizen” di Washington DC, in una graduatoria basata sulla percezione internazionale, l’Italia si colloca al 29esimo posto su 80 paesi, al contrario delle Germania che ha invece una percezione green superiore alle sue performance. Si è al 15esimo posto  per la performance, precipitando al 68esimo per leadership e cambiamento climatico.

Nella prima parte della Relazione 2016 viene approfondita la posizione della green economy italiana rispetto a quella degli altri grandi Paesi europei (Germania, Regno Unito, Francia e Spagna) oltre alla media europea, attraverso 16 indicatori chiave per 8 tematiche strategiche: emissioni di gas serra; efficienza energetica; fonti energetiche rinnovabili; riciclo dei rifiuti e produttività delle risorse; ecoinnovazione; agricoltura biologica e prodotti agroalimentari di qualità certificata; consumo di suolo e siti naturali protetti europei; emissioni di gas serra nei trasporti e peso del trasporto su gomma.

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Forza e debolezza della green economy italiana. Nella classifica delle cinque principali economie europee, l’Italia conquista quattro primi posti (rinnovabili, riciclo dei rifiuti speciali, emissioni pro capite nei trasporti e nei prodotti agroalimentari certificati) e tre secondi posti (efficienza energetica, produttività delle risorse, agricoltura biologica). I punti deboli della green economy riguardano l’aumento delle emissioni di gas serra nell’ultimo anno, la bassa crescita delle rinnovabili negli ultimi tre anni e l’elevato consumo di suolo. Quindi se tra il 1990 e il 2014 l’Italia ha ridotto le proprie emissioni di gas serra di circa il 20%, leggermente al di sotto della riduzione media europea che è stata di -24%, al terzo posto fra i cinque grandi Paesi europei, nel 2015 la posizione è significativamente peggiorata con un aumento di tali emissioni di ben il 3,5%. Un continuo affanno di ottimi risultati poi rimessi in discussione da dati che oscurano la strada percorsa.

Occorre migliorare l’informazione e la comunicazione, non ignorare le difficoltà e i ritardi, ma resta un fatto del quale occorre essere più consapevoli: mediamente, rispetto alle tematiche strategiche della green economy, l’Italia ha in Europa una posizione di primo piano che la mette in grado di competere, come minimo alla pari, con gli altri grandi Paesi europei. Con la collaborazione di istituzioni ai vari livelli i mezzi di informazione, i centri di ricerca e le imprese green e loro organizzazioni facciano insieme un’operazione verità affinché la green economy italiana sia conosciuta e percepita all’estero almeno per quello che è e per quello che fa, affinché il livello di percezione internazionale corrisponda a quello delle sue effettive performance. Questo recupero di conoscenza e di credibilità internazionali è indispensabile e urgente per la credibilità e il futuro dell’Italia.

Il rapporto completo

 

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