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Efficienza energetica in Italia: soluzioni e opportunita’

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Nonostante la crisi il settore della green economy continua a dare in Italia segni di vitalità. Tuttavia, se fino a uno o due anni fa l’attenzione era concentrata soprattutto sul fotovoltaico e sulle altre fonti rinnovabili, oggi sono le soluzioni tecnologiche per l’efficienza energetica ad essere al centro dell’attenzione.
A conferma di questa situazione, l’abbondante partecipazione di pubblico al Politecnico di Milano durante la presentazione dell’ultima edizione dell’Energy Efficiency Report.

Descrivendo i principali risultati dell’indagine, il direttore dell’Energy & Strategy Group Vittorio Chiesa ha sottolineato come da qui al 2020 l’Italia potrebbe ridurre i propri consumi energetici (di elettricità e calore) di circa 300 TWh, qualora impiegasse su larga scala le tecnologie già oggi disponibili per il settore residenziale, il terziario e l’industria. Si tratta di un risparmio potenziale enorme, pari grosso modo a circa il 20% dei consumi attuali, un potenziale che però molto difficilmente sarà realizzato per intero. In base alle interviste fatte ad alcuni operatori del settore, è infatti ragionevole attendersi che nei prossimi anni si effettueranno in Italia investimenti in efficienza energetica per circa 6-7 miliardi di euro all’anno e che si otterrà nel 2020 un risparmio di circa 21 TWh elettrici e di 75 TWh termici. Sebbene questo valore atteso sia appena un terzo di quello potenziale, il suo effettivo conseguimento permetterebbe comunque al Paese di raggiungere, quasi, gli obiettivi di efficienza energetica definiti dalla Strategia Energetica Nazionale adottata lo scorso marzo, nonché di rispettare gli obiettivi europei inseriti nel pacchetto 20 20 20 del 2009.

Entrando un po’ più nel dettaglio, il Report ci dice che i risparmi maggiori dovrebbero venire dal settore residenziale, dove il rifacimento degli involucri esterni e l’adozione di nuovi sistemi di riscaldamento potrebbero ridurre i consumi termici di circa 47 TWh. Dal punto di vista delle tecnologie, invece, quelle che saranno maggiormente impiegate dovrebbero essere quelle per la cogenerazione, l’illuminazione, le superfici opache e le pompe di calore. Al riguardo, Chiesa ha sottolineato più volte come queste sono generalmente tecnologie mature, già disponibili sul mercato. Per loro, dunque, non sono attesi miglioramenti particolarmente significativi e il rischio che le soluzioni attuali diventino presto obsolete è molto modesto. Eppure, nonostante ciò, alcune di esse faticano a diffondersi, impedendo così a imprese e consumatori di ridurre in modo vantaggioso i propri consumi energetici.

La lentezza nell’adozione è un punto emerso chiaramente, non solo nella presentazione di Chiesa, ma anche in alcune delle tavole rotonde che si sono tenute a margine e che hanno coinvolto numerosi esponenti dell’industria. Infatti, le tecnologie prese in esame sono quasi tutte convenienti dal punto di vista economico, in quanto il costo del kWh risparmiato o autoprodotto a seguito dell’investimento è inferiore, talvolta anche di parecchio, al costo medio odierno di acquisto dell’energia elettrica o di produzione dell’energia termica con metodi tradizionali. Tuttavia, esistono una serie di barriere che impediscono a molte di queste tecnologie di essere adottate in modo rapido e gli attuali sistemi di incentivazione sembrano migliorare la situazione solo in misura limitata.

Tra le barriere più importanti vi sono i tempi di ritorno sull’investimento, spesso più lunghi di quelli ritenuti accettabili da imprese e famiglie, e la scarsa attenzione ai problemi dell’efficienza che porta generalmente a sottostimare l’impatto dei costi energetici e a non ricercare/considerare le soluzioni più efficienti. Peraltro, se è vero che oggi le imprese fronteggiano grande incertezza sul futuro e che le banche a cui si rivolgono per ottenere i capitali pretendano notevoli garanzie, sembra altrettanto chiaro come molti operatori industriali escludano soluzioni d’efficienza energetica che non siano in grado di ripagarsi in meno di due o tre anni, giudicandole troppo costose. Illuminanti sono state le parole di Alessandro Foresti di Turboden, il quale ha osservato come molte soluzioni per l’efficienza energetica vengano vendute dalla sua azienda più facilmente all’estero che non in Italia, nonostante spesso all’estero l’energia costi di meno e gli incentivi per l’efficienza siano meno generosi. Questo fatto si può spiegare solamente supponendo che l’industriale italiano medio guardi al breve periodo più di quanto non facciano i suoi omologhi in Germania o in Francia, rinunciando così a fare investimenti sì costosi ma capaci di portare un beneficio netto in pochi anni. Non si può nemmeno dire che sia tutta colpa delle banche: sebbene non tutti gli interventi siano stati unanimi in tal senso, alcuni hanno sostenuto, come ha fatto Andrea Marano di Lucos, che per un progetto ben fatto e dettagliato i finanziamenti si trovano sempre (o in banca o per altra via).

Dai dati del rapporto non sembrano essere molto più lungimiranti neppure le famiglie italiane, le quali risultano disposte a investire solamente se i ritorni si concretizzano in meno di un decennio. Qui certo pesa anche l’incertezza che aleggia da anni sulle detrazioni fiscali per i rifacimenti e gli investimenti in efficienza energetica, nonché l’evidente fallimento del Conto Termico, che si è rivelato piuttosto inadeguato a favorire l’adozioni di soluzioni efficienti di piccole dimensioni. Pesano, poi, anche le contraddizioni del quadro tariffario italiano, che penalizza molto chi decide di accrescere i propri consumi elettrici per adottare soluzioni più smart.

Il quadro normativo e di supporto va dunque riformato, evitando di disperdere le forze in mille misure poco incisive e garantendo una coerenza della legislazione che al momento non sempre si riscontra (molto criticato in questo senso è stato il decreto energivori dello scorso aprile, che offrendo tariffe agevolate ai grandi consumatori elettrici, di fatto disincentiva l’adozione di alcune soluzioni per l’efficienza energetica). Importante è poi la sburocratizzazione (tanto più che molti interventi di efficienza sono di piccole dimensioni e quindi tali da essere facilmente scoraggiati se ci sono dei costi fissi di ammontare non trascurabile per lo svolgimento delle pratiche burocratiche), la garanzia di stabilità nel tempo delle regole e lo svolgimento di controlli e verifiche, cosa oggi resa più facile dall’information technology.

Un ultimo tema trattato durante la presentazione del Report è stato quello della Pubblica Amministrazione, settore responsabile di circa il 10% dei consumi energetici dell’Italia e oggi chiamato sia dalla legislazione nazionale che da quella europea a dare l’esempio, adottando per primo e in misura più massiccia soluzioni e pratiche per l’efficienza energetica. Il conseguimento di questo obiettivo, che in teoria potrebbe generare grandi benefici dato che spesso l’energia non è utilizzata in modo ottimale dalla PA, si scontra però contro tre barriere, rispettivamente di tipo conoscitivo, finanziario e realizzativo.
Per superarle è auspicabile che gli enti pubblici dai consumi energetici maggiori procedano a nominare, come previsto dalla legge, un responsabile per la conservazione e l’uso razionale dell’energia, che si istituiscano fondi rotativi di garanzia per gli investimenti in efficienza energetica, che si riconoscano gli incentivi come garanzie valide per i creditori e che si sviluppino nuove formule contrattuali tra le ESCo e la PA. Tali contratti dovrebbero basarsi sull’effettivo conseguimento dei risparmi energetici e dovrebbero durare per un periodo di tempo sufficiente ad incentivare la ESCo a sostenere quegli investimenti sugli involucri degli edifici e le superfici vetrate, che inevitabilmente richiedono molti anni per essere ammortizzati. Solo così sarà peraltro possibile rispettare, nell’attuale situazione di ristrettezza del bilancio pubblico, l’art. 5 della direttiva europea 27 del 2012, che prevede  ogni anno, a partire dal 2014, interventi per rendere efficiente il 3% degli edifici di proprietà dei governi centrali degli stati membri.
Se questo sarà fatto, conclude il rapporto, si riuscirà a mettere in moto un mercato da 400 milioni di euro all’anno e si otterranno da qui al 2020 risparmi per 5 o 6 TWh di energia elettrica e termica, che potrebbero ridurre in modo non trascurabile le spese di molti enti pubblici, comuni, scuole e ospedali in primis.

 

Autore: Nicolò Rossetto
Dottorando in Economia, diritto e istituzioni presso lo IUSS di Pavia

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