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FIPER: la SEN incentivi le rinnovabili termiche e il teleriscaldamento

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Sono 4 i punti fondamentali evidenziati da FIPER nel corso della sua relazione davanti alla X Commissione “Attività Produttive, Commercio e Turismo” della Camera dei Deputati, per l'indagine conoscitiva sulla Strategia Energetica Nazionale e sulle sue problematiche attuali in materia di energia.

FIPER ha proposto al Governo di incrementare dal 19% al 22% l’obiettivo 2020 per le rinnovabili termiche con particolare riferimento al teleriscaldamento, riducendo conseguentemente dal 37% al 31% l’obiettivo 2020 per le rinnovabili elettriche nella rivisitazione degli obiettivi della Strategia Energetica Nazionale – SEN. Secondo la Federazione infatti le risorse attualmnete allocate alle FER termiche è insufficiente se comparate a quelle destinate al settore elettrico (900 milioni/annui per conto termico a fronte 12,5 miliardi Euro/annui per Fer elettriche), soprattutto in considerazione del fatto che gli interventi di efficienza energetica relativi alle rinnovabili termiche, a parità di kWh prodotto e/o risparmiato, costano molto meno per il sistema Paese.

La Federazione auspica inoltre uno sviluppo del teleriscaldamento, che oggi in Italia copre il 4% del mercato del calore civile contro l'8% della Francia, il 14% della Germania e il 61% della Danimarca. La volontà dell'UE in questo senso è chiara: la Direttiva 2012/27/EU chiede infatti agli Stati Membri di “adottare misure adeguate affinché infrastrutture efficienti di teleriscaldamento e raffreddamento siano sviluppate e/o adattate allo sviluppo della co-generazione ad alto rendimento, al recupero del calore di scarto e da fonti di energia rinnovabili” (art.14). Secondo Fiper, il teleriscaldamento potrebbe coprire il 20% del mercato del calore civile italiano, puntando sulla co-generazione e sull’impiego di fonti di energia rinnovabili.
In particolare, dai risultati dello studio FIPER “ Potenziale di penetrazione del teleriscaldamento a biomassa legnosa in comuni non metanizzati” si evince che l’introduzione ex novo del teleriscaldamento a biomassa legnosa potrebbe riguardare 801 comuni: se si avviassero anche solo 400 impianti di teleriscaldamento a biomassa co-generativi, si potrebbe produrre calore per una potenza termica compresa tra 1.000-1500 MW termici, ed una potenza elettrica di 200-400 MW prodotti in co-generazione. Il valore dell’investimento si aggirerebbe tra i 2,5-4 miliardi di Euro in cinque anni, ma soprattutto questi impianti necessiterebbero dai 3 ai 6 milioni di tonnellate di biomassa legnosa annua, stimando un giro di affari compreso tra i 180 – 360 milioni di Euro/annuo, garantendo per i prossimi 20-30 anni, un importo complessivo di circa 5-10 Miliardi di € e  assicurando i posti di lavoro collegati alla filiera per lo stesso periodo.

Sarebbe questo un circolo virtuoso molto diverso da quello innescato invece da un meccaniscmo di incentivazione, ora in vigore, che ha prodotto rendite di posizione e distorto il corretto funzionamento del mercato di approvvigionamento delle biomasse legnose, come già evidenziato anche dall’Autorità dell’Antitrust nella segnalazione (S1820) del 16 giugno 2013. FIPER chiede quindi l’eliminazione del coefficiente k=1,8 riconosciuto agli impianti che producono energia elettrica dall’impiego delle biomasse legnose, dissipando “completamente” il calore comunque prodotto o in alternativa il riconoscimento del medesimo a tutti gli impianti a biomassa in esercizio che attualmente non beneficiano dell’incentivo che ha avuto come effetto ulteriore l’aumento del prezzo della biomassa nell’ordine del 15-20%.

A questi temi si aggiunge quello dell'utilizzo delle biomasse residuali, come del resto già previsto dal DM 6 luglio 2012 che introduce l’utilizzo a fini energetici di alcuni sottoprodotti (Tabella 1A) attualmente considerati rifiuti non pericolosi, quali ad esempio, le potature del verde pubblico e privato o la biomassa proveniente dalla pulizia degli alvei fluviali – biomasse attualmente destinate alle discariche. E' però più di un anno che gli operatori attendono dal Ministero dell'Ambiente il decreto attuativo in modo tale che questi prodotti possano essere impiegati nel rispetto delle condizioni definite nel Testo Unico Ambientale (art. 184 bis).
Smaltire le potature di verde pubblico costa ai Comuni italiani circa 150-240 milioni di Euro; ma le stesse biomasse potrebbero invece fruttare agli stessi Comuni 60-100 milioni/annui se utilizzate a fini energetici.

Promuovere l’impiego dei sottoprodotti derivanti dai servizi ambientali (potature verde urbano, gestione alvei e argini fluviali, canali irrigui, etc.) garantirebbe un beneficio doppio per il sistema Paese:  la messa in sicurezza del territorio e una maggiore disponibilità di biomassa a costi minori.

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