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La Strategia Energetica Nazionale: un’occasione sprecata?

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Tra dipendenza energetica e riduzione dei consumi

Solo tattica o strategia vera e propria?
Un futuro possibile


Dopo un’attesa di molti mesi, lo scorso ottobre il Ministero dello Sviluppo Economico ha finalmente pubblicato il documento di consultazione pubblica sulla Strategia Energetica Nazionale (SEN).

Il documento, piuttosto lungo e in vari punti ripetitivo, voleva essere il punto di partenza per un confronto con la società e i vari attori operanti nel settore dell’energia, un confronto attraverso cui fare emergere una visione strutturata e abbastanza condivisa su quelle che dovranno essere le politiche e gli indirizzi pubblici in materia di energia per i prossimi anni.

Naturalmente, grande attenzione è stata data all’interno del testo ai temi dell’efficienza energetica e delle fonti rinnovabili, considerati entrambi tra le maggiori priorità d’azione da parte del Ministero. Tuttavia, sin dall’inizio, è stato ribadito che l’obiettivo generale a cui tutto il resto dovrà essere subordinato è quello della crescita sostenibile dell’Italia, intesa come capacità del sistema produttivo nazionale di reggere alla competizione estera e di generare nuova occupazione e sviluppo.
La tutela dell’ambiente e la lotta ai cambiamenti climatici non vengono disconosciuti come obiettivi di lungo periodo della politica italiana, ma viene sottolineata la necessità di perseguirli nel modo più compatibile possibile con le attuali ristrettezze di bilancio e le esigenze dello sviluppo.

In quest’ottica è possibile comprendere come mai la preferenza del Ministero vada verso le iniziative nel campo dell’efficienza energetica piuttosto che nell’ambito delle fonti rinnovabili. Secondo il Ministero, infatti, a parità di emissioni climatiche e di importazioni energetiche evitate, gli investimenti in efficienza sono meno costosi e possono generare una maggiore domanda per il nostro settore manifatturiero, che è presente nel comparto con molte tecnologie ed eccellenze.

Tra dipendenza energetica e riduzione dei consumi
Andando più nel dettaglio, la bozza della SEN prevede che l’Italia superi i propri obiettivi ambientali per il 2020, riducendo i consumi di energia primaria di circa il 24% rispetto a quello che era l’andamento tendenziale calcolato nel 2008, portando al 20% la quota di consumi lordi finali di energia soddisfatti col ricorso alle fonti rinnovabili e diminuendo rispetto al 2005 del 18% le emissioni clima-alteranti.

Nel raggiungere questi risultati, l’Italia dovrebbe riuscire a limitare la dipendenza energetica al 67%, risparmiando così ogni anno svariati miliardi di euro di importazioni energetiche, a promuovere un ciclo di investimenti del valore di circa 180 miliardi di euro in otto anni e, cosa ancora più importante, ad allineare i prezzi dell’energia alle medie europee, garantendo così risparmi alle famiglie e maggiore competitività alle imprese.

La SEN, facendo una scelta da molti non condivisa, considera il 2020 come il termine temporale di riferimento, perché questo offrirebbe una certa libertà d’azione – cosa piuttosto opinabile date le enormi inerzie presenti in un settore caratterizzato da elevati investimenti fissi – e permetterebbe di adottare iniziative concrete senza il timore che eventi e scoperte oggi non prevedibili possano radicalmente metterle in discussione.

Contrariamente a quello che stanno o hanno fatto altri governi europei, il Governo italiano non vuole quindi prendersi impegni particolarmente forti per il 2050, l’orizzonte al quale guarda ora, per esempio, la Commissione europea. Con riferimento a quella data il documento del Ministero si limita a ribadire l’impegno per una sostanziale decarbonizzazione dell’economia, l’attenzione allo sviluppo tecnologico e la predilezione per un approccio “flessibile ed efficiente”, cioè in grado di reagire al meglio a quegli elementi di discontinuità che potrebbero concretizzarsi e che sono al momento difficilmente prevedibili.

Solo tattica o strategia vera e propria?
Nel complesso, dunque, il documento e i dati che sono riportati sembrano suggerirci che è possibile tenere tutto assieme e che il Paese può pagare prezzi minori per l’energia, aumentare la propria sicurezza energetica e fare la propria parte nella lotta al cambiamento climatico.

Per ottenere questi risultati la SEN elenca una serie piuttosto lunga di misure, ripartire in sette diverse priorità d’azione, tra cui spiccano appunto l’efficienza energetica e lo sviluppo sostenibile delle rinnovabili. Questa lista dovrebbe essere, secondo il Ministero, il cuore della nuova strategia energetica che tuttavia, proprio perché si limita a una serie di cose da fare nel prossimo futuro, o di cose in realtà già fatte, si rivela essere più una tattica che non una strategia vera e propria. Una tattica la cui tenuta d’insieme è peraltro discutibile per lo meno per tre motivi.

In primo luogo, si vuole eliminare il differenziale nel prezzo dell’elettricità tra Italia ed Europa, ma al contempo non si vuole rinunciare al sostegno alle fonti rinnovabili, che peserà in misura crescente nella bolletta elettrica. Certo, è vero che il prezzo del gas naturale in Italia sta calando e che in questo modo il prezzo dell’energia termoelettrica sta scendendo, ma è difficile immaginare che il calo del gas possa essere così grande da compensare l’aumento degli oneri legati alle rinnovabili.

In secondo luogo, il documento dice di voler favorire il sano e sostenibile sviluppo della green e della white economy, cioè del settore delle rinnovabili e di quello dell’efficienza energetica. In particolare, si prevede che a seguito delle politiche già in atto e di quelle proposte si possa generare un giro di investimenti di circa 120-140 miliardi di euro da qui al 2020.
Certo si tratta di cifre importanti, ma in termini annuali stiamo parlando di 15-20 miliardi, cioè poco più della metà di quanti ne siano stati spesi nel settore nel 2011.
E’ probabile che le opportunità di investimento all’estero, dove peraltro è molto forte la concorrenza e dove pure i meccanismi d’incentivazione stanno venendo ridotti, non riusciranno a controbilanciare questa netta contrazione della domanda interna e, come gli operatori sanno bene, le imprese del settore dovranno affrontare alcuni anni di gravi difficoltà e un processo di intenso consolidamento.

In terzo luogo, la Strategia lascia intendere che per risolvere l’attuale problema di eccesso di capacità nel settore elettrico sia sufficiente ridurre il costo del gas naturale in Italia e accrescere l’integrazione con gli altri mercati elettrici del continente. In questo modo si potrebbero esportare servizi di bilanciamento e si potrebbero accogliere ulteriori impianti a fonti rinnovabili. Sebbene l’uscita dal nucleare di Paesi come la Svizzera e la Germania possano creare domanda per la capacità di generazione italiana, la SEN sembra descrivere più speranze, peraltro contraddittorie, che certezze. Infatti, al di là dei recenti dati di Terna, che parlano di un calo del 2,8% della domanda di elettricità in Italia nel 2012, è lo stesso documento del Ministero a prevedere consumi elettrici interni stabili al 2020 per effetto degli investimenti in efficienza energetica e della debole crescita economica.

Se a questo aggiungiamo che il boom delle rinnovabili e la de-industrializzazione riguardano anche gli altri stati membri dell’UE, è lecito chiedersi a chi si riuscirà ad esportare energia elettrica, in modo da avere una domanda sufficiente per le nostre centrali.
Forse, manca qui il coraggio di dire che l’alternativa è tra fermare i nuovi investimenti in capacità produttiva e chiudere alcune delle attuali centrali (magari le più vecchie e meno efficienti). Non fare nessuna delle due cose, vorrebbe dire portare al fallimento finanziario molte imprese del settore.

Un futuro possibile
In sostanza, il documento ha il merito di affrontare in un’ottica d’insieme le varie dimensioni del settore e della politica energetica, elencando, talvolta anche abbastanza dettagliatamente, le misure da adottare, ma soffre in alcuni punti di poca chiarezza e sembra cercare di minimizzare le contraddizioni e i conflitti che le varie misure e i vari obiettivi inevitabilmente presentano.
Da un ministro “tecnico” ci si poteva probabilmente aspettare un po’ di onestà intellettuale in più e un po’ di politichese in meno; ci si poteva aspettare un documento più breve, ma più ricco di dati e di dettagli, come ad esempio le previsioni sul bilancio energetico italiano al 2020 elaborate da ENEA, che sono apparse nella versione di agosto del documento per poi sparire in quella finale.

Certo, la pubblicazione della SEN va elogiata, poiché ha stimolato nel corso dell’autunno un vivace dibattito, al quale hanno preso parte diverse imprese del settore, numerose associazioni di categoria, vari centri studi e istituti di ricerca; tuttavia, il ritardo con cui la consultazione è partita e la fine anticipata della legislatura hanno interrotto l’elaborazione dei contributi provenienti dalla società e hanno impedito l’adozione da parte del Governo o del Parlamento di un documento ufficiale di sintesi (la riforma del Titolo V della Costituzione era invece apparsa sin dalla tarda estate infattibile, dati i tempi stretti e l’ampio consenso parlamentare richiesto).

A rendere più desolante la situazione c’è la constatazione della totale assenza dei temi energetici all’interno della campagna elettorale. Sebbene qualcosa sia scritto nei programmi dei partiti, praticamente nulla di ciò è stato discusso sui giornali e nei mezzi di comunicazione. Sembra che l’energia non interessi, nonostante un forte e competitivo settore energetico rappresenti una fondamentale risorsa per il futuro del Paese.

Il rischio, come accade spesso in Italia, è che a tanti bei discorsi non segua nulla di concreto. In quel caso, un’altra buona occasione per decidere in modo consapevole e ragionato del nostro futuro sarà stata sprecata.

  

Autore: Nicolò Rossetto, dottorando in Economia, diritto e istituzioni presso lo IUSS di Pavia

 

 

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