Sviluppo sostenibile
Edilizia
Fotovoltaico
Solare Termico
Geotermico
Biomasse
Eolico
Idroelettrico
Mobilità
Home » Articoli, Edilizia, Sviluppo sostenibile

SCENARI: LA DECRESCITA IN ARCHITETTURA

Print Friendly

Come sarà?
La sostenibilità
Il linguaggio
Conclusioni

 

L’accettazione dell’ecologia, ma in special modo dell’ecologia profonda, è la premessa per la decrescita nei nostri costumi e nella nuova architettura.
Se ci diciamo ecologisti (ed è difficile non essere tali avendo semplicemente un po’ di buon senso) dobbiamo necessariamente avere un atteggiamento di rispetto assoluto per l’ambiente vicino a noi, per la natura complessivamente e per il mondo. Questo rispetto ci porterà a decidere di abbracciare la via della decrescita.

Naturalmente sappiamo che per la nostra vita dobbiamo consumare qualche cosa (modificando in qualche modo l’ambiente). Ma lo dovremmo fare nel modo più discreto possibile, facendo in modo che la nostra azione sia reversibile al massimo e comunque che cerchi di migliorare l’ambiente. E su come si può migliorare l’ambiente con la nostra architettura, ci possono essere varie posizioni; gli interventi in questo senso non mancano ma, purtroppo, sono molto più numerosi quelli che lo peggiorano.

Rispetto la natura dovremmo cercare un rapporto di attenzione, rispetto, conoscenza, condivisione, amore.
Studiando e amando la natura scopriamo la sua bellezza che scaturisce anche dal perfetto e razionale utilizzo delle energie e delle caratteristiche presenti nel luogo. Scopriamo quindi l’equazione energia – bellezza.

Questo fatto ci fa capire che anche la nostra architettura, che per definizione deve ricercare la bellezza, non può che partire dalle energie del luogo. Energie nel senso più ampio del termine.
Ci accorgeremo, inoltre, che la condivisione con la natura e la bellezza che abbiamo trovato nelle sue energie sono il presupposto per la felicità.

Come sarà?
Con queste premesse vediamo come può essere la nostra architettura: sarà rispettosa dell’ambiente e non invasiva, sarà estremamente parsimoniosa dal punto di vista energetico, utilizzerà le risorse energetiche locali, le risorse figurative locali, i materiali locali (quindi con trasporti minimi).
Sarà attenta alle forme del luogo e si inserirà in modo felice nel paesaggio, che è “unico”. Il paesaggio complessivo è fatto dalla somma di infiniti “paesaggi unici”.

L’architettura è lo specchio della società. Perché l’architettura riesca a decrescere bisogna che decresca, prima, la società che domanda: allora potrà richiedere architetture diverse. E cioè:

  • architetture più sobrie;
  • architetture meno legate ai gusti alle mode e al “diverso” a tutti i costi ma più legate “al luogo” e attente ai valori e alle energie particolari di ogni luogo;
  • architetture più attente al paesaggio.

Compito specifico degli architetti sarà, come sempre, quello di fare “cose belle” puntando sull’essenziale per quanto riguarda: i materiali, il linguaggio, l’espressione.
Come si vede queste premesse ci invitano a fare architettura sobria che potrebbe essere architettura della decrescita ma che, di fatto, è semplicemente buona architettura. E qui riscopriamo che l’architettura (ma anche la vita, la politica, il pensiero, l’economia, ecc.) dello sviluppo a tutti i costi non è, di fatto, la buona (bella) architettura.

Gli esempi sono numerosi: architetture inutilmente costosissime, solo per ostentare ricchezza e potere e quindi non legate al territorio e alle vere necessità dei fruitori ma legate alla visibilità massima del progettista, che tende a diventare un “archistar”, e del politico di turno che vuole legare il suo nome all’opera faraonica.
L’architettura si è avvitata su se stessa. È diventata autoreferenziale; certamente non è l’architettura della decresciuta.

Ci sono due filoni possibili del fare architettura:
– quello del privato. In questo campo si può incidere relativamente poco;

– quello della committenza pubblica. In questo caso l’architettura dà forma e sostanza a un pensiero più complesso che esprime nuovi desideri e aspirazioni. Se la committenza pubblica è illuminata e desidera realizzare un modello di società avanzato e illuminato bisogna che ci siano progettisti capaci di dare forma a queste aspirazioni.

Sappiamo che i punti imprescindibili nel prossimo futuro, per una società consapevole, sono quelli delle “erre”.
L’architettura come potrà dare corpo a queste nuove istanze?

  • Rivalutare. La buona architettura ha sempre fatto questa operazione. Ogni volta che si presenta un nuovo problema, è normale analizzare tutti i presupposti, metterli in discussione e quindi rivalutare
  • e Riconcettualizzare.
  • Ridefinire. Dopo aver rivalutato, riconcettualizzato, si ridefinisce.
  • Ristrutturare. Che comunque è meglio che costruire. Ristrutturare vuol dire, anche, far continuare la vita. Ripensare una struttura, una funzione, ridare vita a un’architettura che, per definizione, deve essere abbastanza elastica da sopportare nuove funzioni compatibili. Ristrutturare l’esistente vuol anche dire non costruire il nuovo e quindi risparmiare territorio e paesaggio.

Quindi

  • Riutilizzare e
  • Riciclare.

E in tutte queste attività l’architettura deve saper dare un contributo fattivo e propositivo. Gli edifici che si riutilizzano e riciclano hanno molte volte qualche cosa in più di un edificio nuovo. Si sente, in loro, una vita antica, che costituisce un valore aggiunto di importanza notevolissima.

  • Rilocalizzare alcune funzioni che nel tempo si erano spostate.
  • Ridistribuire, perché la distribuzione non è mai perfetta e si deve sempre rivedere e migliorare.

Tutte queste azioni in definitiva tendono a

  • Ridurre produzioni e “cose”, aumentando tutto quello che è immateriale ma che in definitiva ci fa essere più felici.

Probabilmente in una società della decrescita saranno privilegiati progetti che insistono sulle “erre” rispetto a progetti faraonici che, concepiti anni prima, non sono più attuali perché sono cambiati i presupposti di partenza.

L’architettura della decrescita sarà particolarmente attenta al locale, al luogo, e a tutti i valori particolari di ogni singolo ambiente: abbiamo visto il rapporto bellezza-energia.

Da questo punto di vista l’architettura bioclimatica è un passo concreto verso la decrescita perché, per definizione, è particolarmente attenta alle varie realtà sia formali che energetiche dei territori.
È senz’altro fondamentale utilizzare le energie nate nei territori (quindi delocalizzate, non fossili e rigenerabili).
Come sappiamo queste energie, a parte i considerevoli risparmi, non hanno bisogno di costose e invasive opere infrastrutturali per il trasporto e quindi contribuiscono a preservare il paesaggio.

La sostenibilità
In questi ultimissimi anni si è preso atto del problema energetico che, come è noto, ha vari aspetti:

– quello relativo all’estrema pericolosità per l’ambiente: estrazione, trasporto e lavorazione dei combustibili;

– quello relativo alla reperibilità degli stessi;

– gravi problemi di inquinamento (legati a qualsiasi combustione).

Si è cercato di esaminare ogni nostra attività per modificarla, rendendola meno energivora, più ecologica, e si è coniato il nuovo termine sostenibile per ogni nostra azione.
Anche in questo caso osservo che l’architettura, dovendo dare risposte sagge ai nostri bisogni vitali, ed essendo per definizione attenta ai problemi del mondo, dovrebbe, senza sforzi aggiuntivi, essere sempre e comunque architettura sostenibile, ed essere in grado di capire le istanze della decrescita e di esprimerla.
Ma noi stessi, la nostra vita, i nostri comportamenti, dovrebbero essere improntati alla sostenibilità e alla decrescita.
La via del fare è nell’essere. (Dice il saggio orientale).
Quindi la pratica dell’architettura (e intendo architettura senza alcuna aggettivazione) è anche una pratica spirituale (ci mettiamo noi stessi in gioco nelle nostre scelte di vita). È, inoltre, un osservatorio per vedere i problemi più cogenti del mondo e per cercarne una soluzione. E attualmente uno dei problemi più cogenti non è forse quello della crescita sconsiderata?

L’architettura veste i nostri pensieri e quindi bisogna pensare con saggezza per fare architetture sagge. Oggi la saggezza si chiama decrescita.
Dovremmo, quindi, essere attenti non solo ai problemi energetici già visti ma anche all’uso di altre risorse non infinite quali l’acqua e il paesaggio. Riguardo l’utilizzo dell’acqua ci siamo resi conto che, nonostante le apparenze, è un bene non solo indispensabile ma particolarmente scarso.

È, infine, il caso di ricordare che anche il paesaggio è una forma di energia. Ogni costruzione che si inserisce nel territorio, di fatto lo consuma, lo riduce, e per questo dobbiamo economizzarlo considerandolo con il massimo rispetto, se non altro per il fatto che il paesaggio che vediamo ci è stato tramandato da generazioni di uomini che con il loro lavoro lento, paziente e saggio lo hanno preservato, modificato e reso sempre più complesso.

Osservo che una buona architettura consuma molto meno il paesaggio rispetto a una pessima. Per contro, un’architettura particolarmente attenta e consapevole non consuma il paesaggio ma, paradossalmente, inserendo nuovi valori e nuove qualità, lo disvela e lo incrementa. Penso, ad esempio, al paesaggio collinare veneto con le ville del Palladio o altri numerosi paesaggi resi famosi e vivificati per la presenza di particolari opere architettoniche o di significativi interventi di vario genere: colturali, infrastrutturali, paesaggistici. Se escludiamo i relativamente pochi (almeno in Italia) paesaggi completamente naturali, senza il minimo segno dell’uomo, tutti gli altri sono, di fatto, il risultato degli interventi che gli uomini hanno fatto nel corso dei secoli.

È ipotizzabile che in futuro, desiderando mettere in pratica la decrescita, si possano demolire alcune parti di territorio costruito e “rifare il paesaggio” rinaturalizzandolo, sia pure con progetti che non necessariamente debbono “copiare la natura”.
Non si può, infine, tralasciare un aspetto non secondario connesso alla decrescita. Dal momento che le potenzialità energetiche (di tutti i tipi) presenti nel mondo, pur grandissime, non sono certo infinite; dal momento che il numero di uomini è molto grande (abbiamo superato i sette miliardi); se diamo per acquisito che tutti gli uomini dovrebbero avere il minimo vitale e cioè acqua buona da bere, cibo, istruzione, sanità, non si può non imboccare la strada della decrescita. Ma potremmo anche chiamarla della giustizia.

Il linguaggio
Infine il problema del linguaggio. L’architettura bioclimatica non ha un linguaggio proprio. D’altronde parlare di linguaggio ai nostri giorni è difficile. Come è noto, abbiamo rinunciato allo “stile” nel senso ottocentesco del termine: le chiese in stile gotico, i municipi e le stazioni in stile medioevale, ecc. Il movimento moderno ha azzerato tutti i linguaggi proponendo la sua ideologia antistorica, comunque sostenuta da una profonda tensione morale. Teoricamente, dovremmo tutti esprimerci con il lessico essenziale, puro e senza ornamenti del linguaggio internazionale. Ed effettivamente ciò si è verificato, tanto è vero che tutte le periferie delle città del mondo si assomigliano: parallelepipedi poveri e disadorni, stesse finestre, nessun aggancio con gli stilemi locali e un solo desiderio. Tanti metri cubi e la massima velocità di costruzione. La profondità del linguaggio dei grandi maestri e la loro tensione intellettuale sono state banalizzate dal mondo speculativo che ha fatto suoi questi stilemi e queste tecniche costruttive solo per motivi utilitaristici.

Mi pare che adesso il linguaggio architettonico sia diventato un fatto personale: Gehry è quello che costruisce “strano” con rivestimento in titanio e con la caratteristica di fare, praticamente, le stesse costruzioni, in qualsiasi parte del mondo.
Quando si vedono le costruzioni tutto vetro e metallo, si pensa subito a Foster e alla sua scuola (anche queste simili in ogni parte del mondo). Ci sono poi quelli che copiano Foster e Gehry e il mondo si sta riempiendo di forme aliene, di pareti vetrate.
Altri architetti sono sempre ben riconoscibili perché, in qualsiasi luogo, antepongono il loro linguaggio, i “loro stili”, alle sollecitazioni del territorio. I loro successi non sono anche legati al fatto che, in ogni luogo, sono sempre riconoscibili?

Al contrario la buona architettura (l’architettura della decrescita, l’architettura bioclimatica), dovrebbe porre la massima attenzione al luogo con le sue caratteristiche particolari e le sue esigenze climatiche, senza prevaricare con un linguaggio precostituito (e quindi manieristico) la corretta progettazione di un’opera nel territorio.
La nuova architettura che esprime la decrescita sarà attenta sia alle occasioni energetiche del sito che alle sue emergenze figurative e al “genius loci”.
I problemi del linguaggio certamente esistono ma li considero un fatto personale.
Osservo, comunque, come possibile pericolo, che il problema architettonico si potrebbe spostare da quello canonico – la forma, la giustezza degli insediamenti urbani, la correttezza tipologica, strutturale, distributiva – a quello solo ecologico e della decrescita dimenticando, magari, tutto il resto, che comunque deve continuare a essere “il problema di sempre”. Mi spiegherò meglio: c’è il rischio che in futuro si possa “vendere” l’architettura della decrescita come se fosse un vestito all’ultima moda. Tutti ne parleranno, si organizzeranno convegni e tavole rotonde e si potrebbe essere indotti a considerare buoni, architettonicamente, gli edifici solo perché sono stati progettati (fintamente) con i principi della decrescita e hanno, quindi, questa specie di timbro.

Conclusioni
Bisogna quindi ribadire con forza che, nella nostra architettura, il soddisfacimento delle problematiche focalizzate dalle istanze della decrescita non deve essere considerato un punto di arrivo ma solo di partenza. I problemi architettonici rimangono sempre gli stessi e non possono essere elusi solo perché si focalizzano prevalentemente o esclusivamente le nuove problematiche, comunque giuste. L’architettura della decrescita dovrebbe recuperare la storia attraverso il dichiarato soddisfacimento dei bisogni degli uomini ottenuto con il minimo dispendio di energia. Ciò si realizza attraverso un’analisi dell’ambiente, dei materiali, delle tipologie, delle forme, dell’economia, delle energie presenti nel luogo e quindi, in definitiva, della storia del sito nelle sue forme apparentemente più umili ma reali.
Come si vede una premessa poco appariscente ed enfatica, anzi modesta, che tuttavia ci permette di storicizzare il nostro operato.
Abbiamo iniziato parlando di felicità. Si è visto che la felicità è essere vicini alla natura, alle sue energie, godere del sottile piacere della luce e del calore del sole. Con la tensione spirituale che ci fa progettare per una società che chiede la decrescita, dovremmo trovare un mezzo, una chiave culturale, per dare una risposta adeguata ai problemi, senza tuttavia rinunciare alla bellezza.

 

Autore: arch. Remigio Masobello, AEF – Associazione Eco Filosofica di Treviso

 

 Si autorizza la riproduzione a fini non commerciali, con citazione obbligatoria della fonte e inserimento link a www.energheiamagazine.eu.

  • Facebook
  • Twitter
  • Add to favorites
  • Google
  • LinkedIn
  • Email
  • RSS