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EOLICO, IL FUTURO DOPO IL NUOVO DECRETO

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Il primo Wind Energy Report
Tariffe e trend normativi
Prospettive e grid parity


Ancora una volta, con tempismo quasi perfetto, l’Energy & Strategy Group del Politecnico di Milano ha pubblicato l’ultimo dei suoi rapporti sulle fonti energetiche rinnovabili a pochissimi giorni dall’adozione di un importante provvedimento legislativo.

Il gruppo di ricerca condotto da Vittorio Chiesa, infatti, ha presentato lo scorso 10 luglio il suo primo Wind Energy Report, solamente quattro giorni dopo la firma del nuovo decreto ministeriale che rivede significativamente tutti i meccanismi di sostegno alle fonti rinnovabili elettriche non fotovoltaiche.

Com’è noto, l’energia eolica rappresenta dopo l’idroelettrico la più importante delle fonti rinnovabili e sicuramente una delle più economiche. L’andamento del mercato globale lo conferma: nel 2011 sono state installate nel mondo turbine eoliche per una potenza di circa 40 GW con una spesa di circa cinquanta miliardi di euro.

Questi enormi investimenti, che hanno portato la potenza installata cumulata a quasi 240 GW, si sono concentrati soprattutto in tre aree geografiche: l’Europa Occidentale, gli Stati Uniti e l’Asia, con la parte del leone giocata decisamente da quest’ultima (21 GW nel solo 2011). Se fino a qualche anno fa i Paesi più dinamici nel campo dell’eolico erano quelli europei, in primis Germania e Spagna, a causa della crisi economica e della progressiva saturazione dei siti più ventosi in Europa sono ora i mercati emergenti (non solo Cina, ma anche India, Brasile e Messico) ad offrire le migliori opportunità.

Il primo Wind Energy Report
Per quanto riguarda l’Italia, il 2011 è stata una buona annata, che ha confermato con 0,95 GW di nuova potenza i numeri del 2010 e ha permesso al Paese di avvicinare la soglia dei 7 GW complessivi installati (quarto posto in Europa) e di produrre circa 10 TWh di energia elettrica.

Anche per il 2012 le aziende intervistate durante la preparazione del Rapporto prevedono un livello degli investimenti nel complesso stabile (circa 220 MW di potenza sono già stati installati nei primi mesi dell’anno) con alcuni segmenti particolarmente dinamici (è il caso degli impianti mini-eolici per le utenze domestiche e le aziende agricole a cui è dedicato un capitolo specifico nel Rapporto).

Tuttavia, sul futuro del comparto grava ora una crescente incertezza a seguito dell’adozione del decreto ministeriale del 6 luglio scorso. Come ha messo in evidenza Chiesa nella sua relazione, il decreto altera profondamente i meccanismi di sostegno per lo sfruttamento della fonte eolica, prevedendo il pagamento di una tariffa onnicomprensiva per ogni kWh prodotto per un periodo di vent’anni.

Il sistema dei certificati verdi, che in Italia non ha mai funzionato bene, è dunque destinato a sparire e ad essere sostituito, anche per gli impianti che ne hanno già maturato il diritto, dal versamento di un prezzo amministrato di valore analogo per l’energia immessa in rete.

Il decreto mantiene la differenziazione fra gli impianti di taglia diversa, con quelli più grandi che ricevono tariffe progressivamente meno generose. Si parla quindi di micro-impianti (P < 60 kW), che accedono direttamente alla tariffa (pari a circa 0,29 €/kWh), di impianti medio – piccoli (60 kW < P < 5 MW), che ottengono la tariffa (circa 0, 14 €/kWh) solo se riescono ad accedere in posizione utile a un registro che dovrà essere gestito dal GSE, e di impianti grandi (P > 5 MW), i quali ricevono una tariffa definita tramite un’asta pubblica al ribasso in cui la base d’asta è posta a 0,127 €/kWh con ribasso massimo consentito del 30%.

Tutto questo è accompagnato dalla previsione di un chiaro contingentamento della nuova potenza incentivabile, pari a 50 MW annui per tre anni per gli impianti medio – piccoli e 500 MW annui per tre anni per gli impianti grandi (la potenza installata in micro-impianti non è soggetta a limiti, ma riduce l’ammontare di potenza incentivabile per gli impianti medio – piccoli).
Infine, il decreto prevede un regime transitorio, garantendo agli impianti che hanno già l’autorizzazione e che saranno allacciati alla rete entro il 30 aprile 2013 le vecchie regole e le vecchie tariffe.

Tariffe e trend normativi
La reazione delle associazioni di categoria al cambiamento normativo è stata ovviamente negativa. Se infatti una riduzione delle tariffe è accettabile, anche alla luce del recente calo dei prezzi degli aerogeneratori dovuto alla crescente competizione dei produttori asiatici, non si può dire altrettanto per altri aspetti del decreto.

Per il vicepresidente di APER, Fabrizio Tortora, il Governo ha dato un brutto segnale non coinvolgendo gli operatori e le associazioni del settore nella definizione delle nuove regole. Inoltre, le norme appena adottate vanno bocciate perché non coprono un orizzonte temporale sufficientemente lungo (si arriva solo al 2015), perché non incentivano adeguatamente il potenziamento degli impianti più vecchi caratterizzati da tecnologie obsolete (si prevedono solo 150 MW di potenza “potenziabile”, peraltro senza la definizione di procedure autorizzative veloci) e perché introducendo già dal gennaio 2013 le aste per impianti di taglia in realtà modesta (per avere 5 MW bastano oggi tre o quattro turbine standard) si penalizzano eccessivamente i piccoli produttori di energia eolica. Analogo disappunto è stato espresso da Luciano Pirazzi, segretario scientifico di ANEV, che prevede la fuga degli investitori e il prossimo blocco del settore.
Più ottimista, invece, Carlo Pignoloni di Enel Green Power, il quale riconosce le condizioni sfidanti che il nuovo decreto impone, ma sottolinea che i contenuti sono in linea con i trend normativi europei e che le aste al ribasso vengono fatte anche in altri Paesi. Il decreto, inoltre, ha almeno il pregio di avere eliminato finalmente l’incertezza normativa che aveva paralizzato gli operatori nei mesi passati.

Tuttavia, le associazioni di settore non si sono scagliate solo contro il decreto ministeriale approvato questo mese. L’insoddisfazione, infatti, ha riguardato anche la delibera 281/2012/R/efr adottata il 5 luglio scorso dall’Autorità per l’Energia Elettrica e il Gas, in base alla quale sono introdotti, a partire dal 2013, una serie di oneri di sbilanciamento in capo ai produttori di energia elettrica da fonte non programmabile, come è ovviamente l’eolico. Evidentemente, tale norma aumenta il costo di produrre elettricità dal vento, perché impone agli operatori di affinare la gestione dei loro impianti oppure di pagare penali che possono arrivare anche a 0,15 – 0,30 euro per kWh immesso o non immesso in rete.

Prospettive e grid parity
Di fronte a questo nuovo quadro normativo la filiera dell’eolico deve compiere un rinnovato sforzo e cercare di arrivare alla grid parity. Per Enzo Dalpane di Edison la parità con le fonti fossili è già stata raggiunta laddove il vento è abbondante e gli impianti possono funzionare per due o tre mila ore l’anno, mentre non è così in quei siti dove le turbine lavorano solo 1.400-1.500 ore l’anno, condizione tipica in Italia.

La ricerca e lo sviluppo di nuove soluzioni tecniche sicuramente vanno bene e potranno dare dei benefici, ma bisogna essere cauti con l’ottimismo: l’eolico è ormai una tecnologia matura e già da alcuni anni i miglioramenti sono modesti e spesso controbilanciati da costi più elevati. La logica conseguenza di questo è che il settore potrà vivere con minori sussidi solo se saprà accettare margini di guadagno più contenuti di quelli del passato.

Non proprio concordi su questo punto Benedetto Gallina di Siemens e Piero Murgia di ABB, i quali hanno evidenziato come l’industria stia cercando di migliore la tecnologia in molti ambiti. Dalla riduzione del numero delle componenti degli aerogeneratori al miglioramento dei sistemi di fondazione e del profilo delle pale, dall’incremento della potenza delle turbine a una maggiore l’efficienza dei convertitori di energia meccanica in energia elettrica. Non vengono neppure trascurate quelle tecnologie (inverter, sistemi di controllo e di accumulo) che potrebbero permettere una migliore interazione fra gli impianti e la rete e, nel lungo periodo, la possibilità di immagazzinare energia in loco per poi cederla alla rete nei momenti di bonaccia.

A proposito della rete elettrica, Paolo Grossi, amministratore delegato di RWE Italia, ne ha sottolineato la debolezza e la necessità di potenziarla per meglio accomodare l’energia prodotta dagli impianti eolici, che per motivi di disponibilità di vento sono localizzati soprattutto al sud e nelle isole (ironicamente si tratta delle aree dove minori sono i consumi e meno robusta è la rete).
Pignoloni, invece, ha evidenziato il bisogno di gestire in modo efficiente gli impianti, anche importando buone pratiche da mercati più sviluppati come ad esempio quello spagnolo. Inoltre, secondo una delle strategie che Enel Green Power sta adottando, non bisogna guardare solo all’Italia, ma rivolgersi anche all’estero dove esistono buone possibilità grazie a condizioni di vento che sono difficilmente disponibili nel nostro Paese.

In conclusione, si può dire che l’industria eolica deve al momento fronteggiare alcune sfide importanti, non ultimo la lunghezza dei tempi d’autorizzazione degli impianti (si stima tra i tre e i quattro anni a fronte di uno standard europeo di due o tre anni), che si traduce inevitabilmente in un aumento dei costi e nell’installazione di turbine spesso già obsolete nel momento stesso in cui vengono erette. Non è facile dire ora se queste sfide saranno vinte oppure no, ma si deve essere consapevoli, al di là di ogni giudizio di merito, che i recenti cambiamenti normativi rendono più difficile il conseguimento degli obiettivi ambiziosi indicati dal precedente governo nel Piano d’Azione Nazionale per le rinnovabili (12 GW di eolico onshore e 680 MW di eolico offshore entro il 2020).

Autore: Nicolò Rossetto, dottorando in Economia, diritto e istituzioni presso lo IUSS di Pavia

Si autorizza la riproduzione a fini non commerciali, con citazione obbligatoria della fonte e inserimento link a www.energheiamagazine.eu.

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