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BIOENERGIE ITALIANE: LA PROVA DEL ‘DECRETO RINNOVABILI’

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Il Biomass Energy Report
Costi e tecnologie
Prospettive del settore
Nuovi modelli di business


Quando nel dibattito italiano si parla di fonti rinnovabili il pensiero corre tipicamente al fotovoltaico, un settore che negli ultimi anni ha conosciuto tassi di crescita elevatissimi, creando un giro d’affari di svariati miliardi di euro. È quindi piuttosto sorprendente che circa un migliaio di professionisti della green economy fossero presenti lo scorso 6 giugno alla presentazione del Biomass Energy Report del Politecnico di Milano. Questa ampia e inattesa partecipazione di pubblico dà la misura, più di tanti altri numeri, di quanto il comparto delle biomasse sia vitale in Italia, a dispetto delle scarse attenzioni ricevute dai media e dell’assenza di un sistema dedicato di incentivi come avviene per il fotovoltaico.

Il Biomass Energy Report
Il direttore dell’Energy & Strategy Group dell’ateneo milanese, Vittorio Chiesa, mostrando i dati sull’andamento del settore negli ultimi anni ha evidenziato come questo cresca a ritmi interessanti, soprattutto se si tiene conto della difficile situazione macroeconomica in cui il Paese si dibatte ormai dal 2008. Tuttavia, se si entra più nel dettaglio e si guarda alle singole tecnologie, si scopre che esistono tre situazioni ben distinte. Vi sono infatti alcuni segmenti del comparto che nel 2011 sono cresciuti molto (caldaie a pellet e biogas), altri che hanno registrato una crescita appena accennata (impianti di teleriscaldamento e centrali a biomasse agroforestali), e, infine, altri ancora che sono ristagnati e hanno osservato un livello di investimenti declinante (impianti a oli vegetali e termovalorizzatori di rifiuti solidi urbani).

Proprio questa grande varietà nelle tecnologie che sfruttano le biomasse rende indispensabile l’elaborazione di un indicatore sintetico che permetta una facile comparazione dei costi ed evidenzi quali di queste tecnologie sono economicamente convenienti e quali invece no.
Il rapporto, perciò, calcola per ogni tecnologia il cosiddetto Levelized Energy Cost (LEC), ossia il costo in termini monetari dell’unità di energia prodotta da un certo impianto. Naturalmente il valore del LEC dipende da numerose variabili: dal costo dell’impianto e dalla sua potenza, dal suo rendimento medio, dai costi di gestione e di approvvigionamento della materia prima nonché dalla sua vita utile.

Costi e tecnologie
Guardando ai valori dei principali prodotti presenti sul mercato, ha affermato Chiesa, si scopre con sorpresa che le biomasse destinate a uso termico (caldaie a pellet e a cippato) sono già competitive con le fonti tradizionali, mentre molte delle tecnologie usate per produrre energia elettrica (biogas, impianti di ORC, impianti a rifiuti urbani o che bruciano biomassa agroforestale) sono arrivate al punto di indifferenza, ossia hanno costi di produzione paragonabili al prezzo della corrente prelevata dalla rete.
Per renderle convenienti, quindi, sono essenziali tutta una serie di condizioni di contorno. La più importante è la disponibilità di materie prime a costo zero o negativo (è il caso dei rifiuti urbani), ma non vanno dimenticate la rapidità delle procedure autorizzative, l’assenza di opposizione da parte delle comunità locali e la possibilità di auto-consumare l’energia prodotta: senza queste condizioni il ricorso alle biomasse per produrre elettricità deve essere incentivato.

Infine, vi sono delle tecnologie che al momento non sono convenienti nemmeno nelle condizioni più favorevoli e sono destinate a rimanere inutilizzate in assenza di un adeguato meccanismo di incentivazione.
I motivi sono essenzialmente da rintracciare negli eccessivi costi di gestione per gli impianti di gassificazione/pirolisi
e nell’elevato costo e rischiosità dell’approvvigionamento della materia prima per gli impianti a oli vegetali.
Fino ad ora, ha aggiunto il direttore del Politecnico milanese, lo sviluppo delle biomasse è avvenuto in assenza di uno specifico meccanismo d’incentivo: i produttori si sono alternativamente rivolti alle tariffe onnicomprensive o ai certificati verdi nel caso dell’energia elettrica, alle detrazioni fiscali e ai certificati bianchi nel caso della generazione di calore. Nell’attesa di un conto termico da lungo tempo annunciato ma mai definito, le cose sembrano tuttavia sul punto di cambiare per il segmento delle biomasse che produce elettricità. Come previsto dal decreto legislativo del 3 marzo 2011, il Governo si appresta a varare, con un ritardo di quasi un anno, un decreto ministeriale sul sostegno alle fonti rinnovabili elettriche non fotovoltaiche. La bozza del testo, presentata ad aprile e recentemente approvata con modifiche dalla Conferenza Stato – regioni, presenta quattro punti fondamentali.

Prospettive del settore
In primo luogo è previsto un periodo di transizione per gli impianti che saranno realizzati entro la fine del 2012, limitando così i disguidi per coloro che hanno già avviato i nuovi investimenti.
Dal 2013 in poi gli impianti saranno distinti in tre categorie: i micro-impianti (fino a 50 kW) accederanno direttamente alla tariffa onnicomprensiva; gli impianti piccoli (tra 50 kW e 5 MW) dovranno iscriversi a un registro aperto due volte l’anno per accedere alla tariffa; i grandi impianti (più di 5 MW) dovranno partecipare a un’asta al ribasso per la definizione della tariffa loro spettante.

In base al nuovo decreto le tariffe incentivanti subiranno riduzioni significative, soprattutto per il biogas prodotto da colture dedicate e per i bioliquidi sostenibili. Particolarmente penalizzati saranno gli impianti di taglia maggiore, dove la diminuzione arriverà anche al 40-50%. A parziale compensazione sono previsti dei bonus per il conseguimento di specifici obiettivi come il trattamento dell’azoto e la riduzione delle emissioni.

Da ultimo, la bozza di decreto prevede un severo contingentamento della capacità incentivabile, valutato in soli 880 MW per l’intero triennio 2013-2015. Vale la pena notare che questa cifra non solo imporrebbe una netta contrazione al volume di investimenti registrato negli ultimi anni, ma è anche poco coerente con il Piano d’Azione Nazionale per le rinnovabili (PAN) presentato dal Governo nel 2010, e ancora meno con le stime sulla potenzialità delle biomasse in Italia pubblicate nel 2009 dall’ENEA.

Il rapporto del Politecnico si conclude proprio analizzando il PAN e il decreto Burden Sharing del 2012 alla luce dei dati ENEA, arrivando alla conclusione che i documenti governativi fanno previsioni sulla produzione di elettricità e calore da biomasse e impongono una redistribuzione degli obiettivi nazionali a livello regionale per nulla coerente con le potenzialità effettive del Paese e delle singole regioni. In particolare, risulta troppo ambizioso il target sulla produzione di calore da biomasse, mentre il contrario vale per quello sulla produzione di energia elettrica.

La reazione delle associazioni di categoria è stata, ovviamente, piuttosto negativa. Cosetta Viganò di APER ha osservato che il decreto è da valutare negativamente sia per il contenuto che per il metodo. Per il contenuto in quanto riduce troppo le tariffe, appesantisce le pratiche burocratiche e gli oneri per accedervi, introduce un forte contingentamento della potenza e non dice cosa succederà dopo il 2015. Per il metodo in quanto è mancato un coinvolgimento dei rappresentanti di categoria nel processo decisionale e c’è stata a lungo incertezza sull’identità dei testi su cui il Governo ha lavorato.

Secondo Vanessa Gallo di Fiper è clamoroso il ritardo sul segmento del termico da parte del Governo, che non ha ancora creato il fondo di garanzia a sostegno degli investimenti in reti di teleriscaldamento previsto dall’art. 22 del decreto del 3 marzo 2011. L’unica nota positiva è la previsione di un incremento della tariffa per gli impianti che operano in regime di cogenerazione.

Nuovi modelli di business
Giovanni Riva
del Comitato Termotecnico Italiano sottolinea la necessità di migliorare diversi dettagli tecnici del decreto, creando un quadro giuridico per l’
uso del biogas come carburante per veicoli e modificando le norme ambientali in materia di rifiuti e di combustibili solidi secondari. Inoltre, è prevedibile che in base alle norme attuali gli impianti a oli vegetali siano destinati a morte certa.

Una forte critica, poi, è stata rivolta al trattamento che il nuovo decreto prevede per il biogas, uno dei segmenti che ha conosciuto maggiore sviluppo nell’ultimo biennio. Secondo Viller Boicelli, direttore del Consorzio Italiano Energheia_ImpiantoBiogasBiogas e Gassificazione, siamo di fronte all’ennesima politica stop and go, che va a bloccare un settore che stava andando bene e che rappresenta una grande opportunità per il mondo agricolo italiano. Per Boicelli, così come per Ezio Veggia, vice-presidente di Confagricoltura, il biogas e le bioenergie più in generale hanno numerosi vantaggi: sono fonti rinnovabili programmabili, integrano il reddito degli agricoltori, sono prodotte localmente e potrebbero aiutare il Paese a raggiungere l’obiettivo europeo sui biocarburanti. Inoltre, non esiste al momento nessuna competizione tra gli usi alimentari e quelli non alimentari dei terreni agricoli. “In Italia – ha ribadito Roberto Testa di Enel Green Power – ci sono decine di migliaia di ettari di terreno agricolo incolto e non ha alcun senso parlare di concorrenza fra usi food, feed e fuel”.

Di fronte alla volontà evidente del Governo di contenere il costo delle fonti rinnovabili, gli imprenditori italiani sono perciò chiamati a sviluppare nuovi modelli di business e ad adattarsi alle potenzialità del territorio. Questo concetto è stato ribadito da Stefano Arvati di Renovo Bioenergy, secondo il quale l’Italia è ricchissima di biomasse che l’imprenditore deve scoprire e valorizzare, mostrando flessibilità e offrendo soluzioni a problemi locali come può essere quello dello smaltimento degli scarti agricoli o delle lavorazioni agro-industriali. Il lavoro da fare, però, è tanto – ha osservato Testa – sia per sviluppare a monte le tecnologie adatte ai singoli casi, sia a valle per approntare filiere in grado di raccogliere la biomassa distribuita sul territorio.

In sostanza, le bioenergie possono rappresentare una grande opportunità per l’Italia in grado di ridurre la nostra dipendenza energetica dall’estero, promuovere lo sviluppo delle aree rurali e abbattere le emissioni clima-alteranti. Tuttavia, stante le recenti iniziative governative, sembra prevalere l’obiettivo di limitare i nuovi investimenti in fonti rinnovabili, probabilmente sia per non aumentare ulteriormente gli oneri in bolletta pagati dai consumatori che per non ridurre troppo i margini degli operatori tradizionali, di cui lo Stato è azionista, in un momento di eccesso di capacità produttiva.

 

 Autore: Nicolò Rossetto, dottorando in Economia, diritto e istituzioni presso lo IUSS di Pavia


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