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IL PIANO EUROPEO DI EFFICIENZA ENERGETICA 2011

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In seguito alle indicazioni del Consiglio europeo dello scorso febbraio, il tema dell’efficienza energetica è stato posto «al centro della strategia Europa 2020 dell’UE per una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva e della transizione verso un’economia basata su un uso efficiente delle risorse».
Una tale posizione merita attenta considerazione, specie per gli impegni concreti e vincolanti che ne risulteranno per tutti gli Stati membri, con misure appropriate da approntare speditamente negli anni a seguire, onde raggiungere gli obiettivi di risparmio energetico fissati, pari ad un minor consumo del 20% delle fonti primarie.

Un aspetto non minore deve attirare l’attenzione: quello del reperimento delle ingenti risorse, pubbliche e private, che sono richieste per la messa in opera dei programmi di “efficientamento” energetico in diversi settori: edilizia, trasporti, generazione combinata di elettricità e calore, apparecchiature industriali, illuminazione pubblica e stradale, elettrodomestici ed elettronica di consumo, ecc., in un momento di scarsa crescita dell’economia europea e di riduzione imperativa (e drastica) del debito pubblico. Al riguardo conviene notare, che tuttora non vi è traccia nei conti pubblici di molti Stati membri di specifiche linee di bilancio dedicate, e che le allocazioni di spesa a livello territoriale non coinvolgono certo una maggioranza di amministrazioni regionali o locali.

La raccomandazione della Commissione europea al riguardo è esplicita: considerando che la spesa pubblica complessiva viene valutata pari al 17% del PIL, occorre dedicarne parte al finanziamento di appalti pubblici per l’attuazione di misure di efficienza energetica negli edifici pubblici (12% del patrimonio edilizio UE), per appalti di veicoli o di apparecchiature per ufficio rispondenti a criteri di elevata efficienza energetica, per infrastrutture pubbliche, quali l’illuminazione stradale. In merito, ad esempio, la Commissione sta approntando uno strumento giuridico che obbligherà le autorità a rinnovare ogni anno almeno 3% (per superficie al suolo) dei loro edifici.

L’UE, da parte sua, anticipa l’entità del finanziamento comunitario che è stato o sarà erogato a complemento dei programmi nazionali di finanziamento (??), nel periodo 2007-2013: circa 4,4 miliardi di euro reperiti nel capitolo della politica di coesione (dai cosiddetti “fondi strutturali”), 730 milioni di euro nell’ambito del Programma Energia Intelligente per l’Europa per attività di studio e accompagnamento, circa 1 miliardo di euro per attività di ricerca & sviluppo con oltre 200 progetti finanziati, un ulteriore miliardo di euro accordato nell’ambito del Piano europeo per la ripresa economica per finanziare partenariati pubblici-privati nel settore dell’edilizia. Sono, inoltre, aperte linee di credito o fornite garanzie ad istituti di credito locali impegnati nel finanziamento di progetti di efficienza energetica.

Nulla è contemplato al momento per il periodo 2014-2020, a parte dichiarazioni di principio relative ad un più netto riorientamento dei fondi strutturali per finanziare con maggior decisione le politiche energetiche UE e alla richiesta di una revisione sostanziale degli indirizzi del prossimo Programma Quadro di ricerca. Stupisce, soprattutto, che la Commissione europea nel predisporre proposte operative, vincolanti poi per tutti i paesi a valle del processo di codecisione da parte del Parlamento europeo e del Consiglio, lasci praticamente indefinito il tema del costo attuativo delle misure contemplate, sia per quanto riguarda la quota a carico degli Stati membri, che la parte – in virtù del principio di sussidiarietà – in quota UE.

Il Piano efficienza energetica 2011 della Commissione europea è spinto dalla considerazione che con il trend delle misure finora adottate si potrà conseguire un risparmio energetico di risorse primarie di circa il 10% contro il 20% proposto, da cui la necessità di cambiare registro.
Se è chiarissimo nei significati, negli obiettivi e nei principali settori d’intervento, il Piano UE presenta al momento alcune serie limitazioni non fornendo alcun inventario dei risparmi effettivamente e realisticamente attesi nei vari settori, basati su riscontri oggettivi, né una valutazione complessiva, seppur sommaria, degli investimenti richiesti nei vari settori, utili anche a dare una scala di priorità negli interventi da mettere in opera.

Il Piano solleva, inoltre, alcuni nodi che meritano un’ampia riflessione: come conciliare l’esigenza di una programmazione pubblica delle misure e dei risultati con la dinamica del libero mercato? Come conciliare l’interesse del bene comune, rappresentato da un ambiente sostenibile, con l’interesse d’impresa che punta innanzitutto al conto e al risultato economico? Infine, come sviluppare misure che consentano in questo settore le nostre imprese di competere con prodotti e soluzioni da parte di imprese che godono di cospicui aiuti di stato da parte dei governi e delle amministrazioni locali USA o Cinesi?

Il Piano efficienza energetica 2011 pone semplicemente a tutti i paesi europei una regola del gioco e la carta “obiettivo” per il 2020. Sta ad ogni singolo Paese, ai vari livelli territoriali confrontarsi con tale obiettivo, esaminarne le criticità, valutarne i costi e le possibili risorse. Ancora. In un’ottica di “distretti sostenibili”, sui quali basare lo sviluppo di una Green economy, quale dovrebbe essere l’impronta energetica del territorio e quali misure possono e devono essere proposte per realizzare entro meno di dieci anni un risparmio di fonti primarie del 20%?
Questa è la domanda concreta che rivolgiamo a tutti i nostri lettori, per elaborare insieme proposte costruttive. Da promuovere con convinzione, nelle diverse realtà del territorio.


Vittorio Regis
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