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SCOMMETTERE SULL’AMBIENTE PER UN PAESE COMPETITIVO

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Incentivi e burocrazia delle rinnovabili italiane
FER: occasione per uscire dalla crisi
La politica come chiave di svolta
Aree non urbanizzate e produzione energetica
Ricerca: FER o nucleare?

Energia da fonti rinnovabili: che voto darebbe al panorama italiano, sul versante politico-normativo e dal punto di vista del tessuto industriale?

L’Italia sta iniziando adesso a recuperare il terreno perduto. Per la prima volta, con la passata legislatura, il nostro Paese si è dotato, per l’economia delle rinnovabili, di un sistema di incentivi di livello europeo, in grado di smuovere il sistema alla base. Per ora, dunque, il punto debole dei settori solare ed eolico rimane il lento e sofisticato iter burocratico che risulta lungo e spesso addirittura contraddittorio. Se il nostro paese riuscirà in tempi brevi a superare questo ostacolo, sicuramente il sistema di incentivi attuale sarà capace di trascinare un comparto industriale già florido – soprattutto in alcune aree d’Italia – verso uno sviluppo e una crescita altamente competitiva rispetto agli altri Paesi europei.

In che termini quindi le rinnovabili possono essere una leva per uscire dalla crisi?

Analizzando il percorso fatto, ci accorgiamo di come oggi ci stiamo trascinando il peso economico di alcune scelte passate poco appropriate: le risorse provenienti, ad esempio, dalle tariffe in bolletta sono state per anni utilizzate per finanziare le cosiddette “assimilate alle rinnovabili”, come la lavorazione del carbone e degli scarti petroliferi. Con la conseguenza che l’Italia, pur spendendo le stesse cifre della Germania in investimenti sull’energia, si è trovata in un costante e faticoso inseguimento sul mercato, mentre le imprese tedesche si muovevano al primo posto in Europa nell’industria energetica green. Oggi la situazione è molto migliorata e le imprese italiane, molte delle quali venete, che quotidianamente investono risorse umane ed economiche nella sfida green lo dimostrano con i fatti. Se la politica e le istituzioni non daranno risposte contraddittorie, rischiando così che gli sforzi dell’imprenditorialità italiana vadano ad alimentare solamente imprese straniere, la piccola e media impresa locale saprà sicuramente mettere in gioco le risorse e le energie per accettare e vincere le sfide della green economy. Una dinamica che inevitabilmente metterà in moto un comparto moderno e legato alla qualità: qualità per l’ambiente, qualità per le tecnologie e qualità per i prodotti.

Quale dovrebbe essere il ruolo della politica in questo campo, in particolare nei rapporti con l’impresa?

Sono tre, a mio avviso, i compiti della politica nei confronti delle imprese: garantire sicurezza sul futuro, assicurare stabilità economica perché ci si possa muovere su un treno che non deraglia e, con estrema urgenza, semplificare l’iter normativo per l’autorizzazione alle installazioni. La politica deve al più presto percepire questa direzione di marcia e improntare le proprie scelte sulla base delle nuove esigenze dell’impresa. Mi auguro che la conferenza sul clima di Copenaghen, il prossimo dicembre, aiuti anche le forze politiche più restie verso le rinnovabili a capire il valore ambientale ed economico della green economy.

Secondo Lei, l’utilizzo delle aree non urbanizzate per la produzione di energia da fonti rinnovabili può inserirsi in una prospettiva di green economy diffusa?  Quali le leve e i punti di partenza per tale processo?

Sicuramente questa è una via da seguire, con le dovute attenzioni alle diverse tecnologie e alle esigenze di ogni singolo territorio. Per quanto riguarda l’utilizzo del solare sia termico che fotovoltaico, ad esempio, ritengo si dovrebbe sfruttare l’edilizia già esistente, mi riferisco in particolare ai tanti capannoni industriali che, soprattutto nel nord-est, costellano il territorio. Su un altro versante, ritengo che anche l’eolico possa offrire grosse opportunità di sviluppo, naturalmente con un occhio di riguardo a non trasformare l’investimento in un dramma paesaggistico. Sarei ovviamente contrario ad un’improbabile ipotesi di impianti eolici sulle Tre Cime di Lavaredo, ma ritengo che, se ben calibrato all’interno del territorio, l’eolico possa diventare un arricchimento paesaggistico. Il settore delle biomasse, infine, merita un ragionamento particolare. Innanzitutto è essenziale un’analisi seria caso per caso, che permetta di concretizzare una filiera con caratteristiche territoriali. In Italia non possiamo ragionare sulle commodities come invece succede in altre aree del mondo: la produzione di energia dal mais, ad esempio, è già discutibile negli Stati Uniti dove sono disponibili enormi estensioni territoriali; in Italia, con una  conformazione geografica che non offre le stesse opportunità, la coltivazione di ampie aree per scopi energetici non può essere una soluzione perseguibile. Una grande risorsa invece è il biogas prodotto dai residui. Faccio riferimento in particolare all’opportunità per la Pianura Padana di rispondere allo stesso tempo al fabbisogno di energia e al problema legato alle direttive sui nitrati, quest’ultimo molto sentito a causa dell’alta concentrazione di allevamenti. La tecnologia permette di prendere due piccioni con una fava: produzione di biogas e abbattimento dei nitrati. Consapevole di questa opportunità, la Regione del Veneto ha approvato il 29 luglio una delibera che, in linea con le direttive europee, assimila la pollina – prodotta in grande quantità negli allevamenti veneti – alle biomasse, valorizzando i sottoprodotti agricoli e permettendo soprattutto il suo utilizzo per la produzione di energia. La delibera, infatti, slega i liquami agricoli dalla normativa sui rifiuti e individua un percorso tecnico-amministrativo per l’autorizzazione degli impianti di trasformazione.

Ricerca e Sviluppo sono alla base della crescita industriale, ma sappiamo bene come siano richiesti grossi investimenti. E proprio adesso che le FER hanno bisogno di svilupparsi, l’Italia spinge per la ricerca sul nucleare. Cosa ne pensa?
Ritengo che la ricerca sia inevitabilmente il punto di partenza per qualunque crescita economica e che quindi essa sia essenziale nel settore – in sempre maggior espansione – dell’energia. Per questo, unitamente all’impegno pubblico, nella ricerca su eolico, solare e biomasse è essenziale il contributo delle imprese che da questi studi avranno ritorni economici, brevetti che garantiranno forza e vitalità alle rinnovabili italiane, oltre che alle imprese stesse. Per il nucleare, invece, la questione è molto più complessa: la ricerca deve continuare e l’Italia deve valorizzare le competenze interne legate a questo settore, sia imprenditoriali che di studio. L’investimento però, a mio avviso, deve provenire solo dalla volontà delle istituzioni pubbliche, perché per raggiungere risultati concreti nella fissione nucleare, o nucleare di quarta generazione – unica soluzione che ritengo possa essere sostenibile per il Paese – sono necessari tempi lunghi e investimenti elevati. Un binomio che per un’impresa privata non sarebbe monetizzabile in breve tempo e quindi difficilmente realizzabile.

 

 

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