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CLIMA E STRATEGIE NAZIONALE

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Il pacchetto-clima negoziato al Consiglio Europeo
La posizione intransigente del Governo Berlusconi

Crediti ambientali per progetti nei paesi in via di sviluppo

Investire per la cattura e lo stoccaggio sotto terra del CO2 (CCS)

Strategie nazionali per l’approvvigionamento di energia

Copenhagen 2009: un accordo globale?

Onorevole Frassoni, il Suo gruppo ha contribuito alla votazione del pacchetto-clima negoziato al Consiglio Europeo. Dopo qualche mese dall’approvazione, come valuta le scelte effettuate?
Il Pacchetto Clima non é perfetto; é, diciamo cosi, appena sufficiente. Date le maggioranze al Consiglio e al Parlamento, il contesto di crisi economica e finanziaria abilmente usato dalle lobby industriali più retrive per diluire al massimo gli impegni di riduzione di gas serra, é probabilmente il risultato meno negativo che si poteva ottenere.

“Il pacchetto é composto di diversi provvedimenti: alle fondamenta c’è la direttiva ETS (Emission Trading Scheme), seguita dalla decisione detta “Effort sharing” cioè “ripartizione dello sforzo” per l’attribuzione ai singoli Stati membri delle quote di emissione da ridurre nei settori non compresi nella direttiva ETS (trasporto, agricoltura, edilizia). Ci sono poi la direttiva per la promozione delle fonti rinnovabili, attraverso obiettivi diversi da uno Stato membro all’altro (per l’Italia è il 17 per cento) e la direttiva per la cattura e lo stoccaggio geologico della CO2 (direttiva CCS). Ultima, la direttiva sulla qualità dei carburanti, oltre alla direttiva sulle emissioni delle auto. Se la direttiva “ripartizione dello sforzo”  e le emissioni delle auto sono rimaste molto al di sotto delle aspettative, se la direttiva sulla cattura e lo stoccaggio geologico della CO2 dà un rilievo eccessivo ad una tecnologia costosa e dalle prospettive incerte, non c’é dubbio che la direttiva sulle rinnovabili pone dei presupposti importanti per una reale riconversione energetica. Inoltre il sistema ETS rinnovato ha il potenziale, soprattutto in presenza di un accordo internazionale a Copenhagen nel dicembre 2009, di rappresentare uno schema applicabile su scala mondiale. Naturalmente, l’elemento mancante più importante é un quadro normativo vincolante e stringente sul versante del risparmio energetico.

Il Governo italiano dice di aver ottenuto ciò che aveva chiesto nelle negoziazioni. Lei cosa ne pensa? Sarebbe stata davvero penalizzata l’Italia senza una posizione così intransigente del nostro Governo?
Il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha operato con energia per sabotare l’intero pacchetto. Il Governo italiano se ne infischia dei cambiamenti climatici, non crede assolutamente che siano un reale problema e ha avuto a cuore esclusivamente gli interessi della parte più retriva e “inquinante” del sistema produttivo italiano dentro Confindustria. Quindi ha aiutato molto tutti i nemici del pacchetto. Il risultato più importante che ha ottenuto é che, in caso di accordo internazionale, l’aumento dell’obiettivo del taglio dal 20 al 30 per cento non sarà automantico, ma dovrà passare attraverso la procedura legislativa ordinaria. Per il resto, le chiacchiere sulle clausole di revisione, i costi e le penalizzazioni per le industrie italiane sono, appunto, solo chiacchiere. La Commissione per bocca del Commissario Dimas ha ufficialmente smentito le cifre fornite dal Ministero dell’ambiente italiano.

Per alleviare l’onere dei paesi membri, è stato previsto uno strumento economico (presente nel protocollo di Kyoto) in base al quale progetti di riduzione delle emissioni in paesi in via di sviluppo genereranno crediti che potranno essere conteggiati al fine del raggiungimento degli obiettivi nazionali. Ritiene che sia stata concessa troppa flessibilità ai paesi membri attraverso l’utilizzo di questi crediti internazionali?
Sì, e questo è un elemento fortemente deludente, perché “sposta” il focus dell’opera di riduzione  delle emissioni all’esterno dell’UE e crea l’illusione che si possa evitare di cambiare radicalmente il modo di fare industria in Europa finanziando questo o quel progetto nei paesi in via di sviluppo, anzi per meglio dire nei paesi “emergenti”, perché quelli poveri  riceveranno come sempre solo le briciole.

Un altro grande dibattito ha riguardato la fattibilità e l’opportunità di investire in una nuova tecnologia per la cattura e lo stoccaggio sotto terra del CO2. Lei è favorevole allo sviluppo di questa nuova tecnologia? Per affrontare i cambiamenti climatici e invertire la tendenza al riscaldamento del pianeta abbiamo, secondo le Nazioni Unite, una ventina d’anni ed entro il 2050 dovremo aver ridotto le nostre emissioni dell’80 per cento.  La tecnologia, detta del CCS, non ha una prospettiva sicura. I ricercatori più ottimisti parlano di risultati possibili forse per il 2050. Quindi si tratta di investire moltissime risorse su una tecnologia dagli esiti incerti, che per di più rappresenta l’alibi perfetto per continuare a costruire centrali a carbone. Non mi pare una buona idea.

Cosa crede che cambierà – o che dovrebbe cambiare – nella strategia nazionale per l’approvvigionamento dell’energia, ora che abbiamo target vincolanti da rispettare? Non so se cambierà molto. La vera speranza é che il settore produttivo reagisca e si orienti decisamente verso la riduzione dei consumi e le tecnologie “sostenibili”, smettendo si seguire le sirene del nucleare.

Guardando avanti e pensando al Summit delle Nazioni Unite a Copenhagen a fine 2009, crede sia possibile un accordo globale, conciliando Cina, Stati Uniti e paesi in via di sviluppo?
Sì, credo che sia possibile. soprattutto se il Presidente americano Barack Obama rispetterà gli impegni presi con i suoi elettori e se l’Europa, nel nuovo assetto politico, resterà coerente con le decisioni assunte a dicembre scorso.

Autore Elisa Fenzi – esperta in ambiente e energia e già consulente in questo settore presso l’Unione Europea

 

 Si autorizza la riproduzione a fini non commerciali, con citazione obbligatoria della fonte e inserimento link a www.energheiamagazine.eu.

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